Il fondamentalismo islamico, la Primavera Araba e la Sinistra

Manifestazione della sezione giordana dei Fratelli Musulmani (AFP/Getty Images)

Manifestazione della sezione giordana dei Fratelli Musulmani (AFP/Getty Images)

Intervista a Gilbert Achcar di Ashley Smith
Da International Socialist Review

Gilbert Achcar è professore di relazioni internazionali presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’università di Londra. È l’autore di numerosi libri tra cui “Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale“, “The Arabs and the Holocaust: The Arab-Israeli War of Narratives“, “Marxism, Orientalism, Cosmopolitanism” (Haymarket, 2013) e “The People Want: A Radical Exploration of the Arab Uprising” (University of California, 2013). Ha appena pubblicato “Morbid Symptoms: Relapse in the Arab Uprising” (Stanford University Press, 2016). Ashley Smith lo ha intervistato su una delle domande più importanti poste dalla Primavera Araba: la sinistra cosa ha capito del fondamentalismo islamico e come ci si relaziona?

Negli ultimi trent’anni in Medio Oriente uno dei fenomeni fondamentali è l’ascesa di ciò che gli opinionisti chiamano Islam politico, islamismo o fondamentalismo islamico. Perchè ritieni che questa corrente politica vada chiamata fondamentalismo islamico e quali sono le sue caratteristiche?

Ovviamente le parole utilizzate per definire un fenomeno sono legate alle valutazioni e al giudizio politico ed ognuna ha delle implicazioni differenti. Prendi ad esempio il termine che hai appena utilizzato, cioè “Islam politico”: perchè nessuno usa questo tipo di nome per le istituzioni e le correnti politiche presenti nel Cristianesimo, nell’Ebraismo o nell’Induismo parlando ad esempio di “Cristianesimo politico”? Parlare di “Islam politico” solleva la questione di cosa sia l’Islam “non politico”, in altre parole quando l’Islam inizia ad essere “politico” e quando cessa di esserlo? Perchè consideriamo i Fratelli Musulmani in Egitto come parte de “l’Islam politico” e non, ad esempio, il Grande Imam di al-Azhar, che ricopre un ruolo estremamente politico? Se ci rifletti seriamente capirai che questa etichetta non ha molto senso.

Un altro termine molto utilizzato e che sembra più preciso è “islamismo”. Si usa per indicare quei movimenti politici che considerano l’Islam come la loro ideologia fondamentale e il loro programma, per questo viene aggiunto “ismo” alla fine. Chi ha iniziato ad utilizzare questa parola (ed è stato in Francia all’inizio degli anni ’80) lo ha fatto per evitare il termine “fondamentalismo islamico”, considerato non neutro politicamente. Ma facendo ciò, sebbene fossero stati avvisati ad esempio dal ricercatore marxista di studi islamici Maxime Rodinson, non hanno considerato il fatto che questo termine fosse utilizzato per indicare l’Islam stesso: se controlli nei dizionari scoprirai che islamismo era utilizzato come sinonimo di Islam almeno fino a un paio di decenni fa.

Poi le persone che ascoltano questa parola in genere mettono sullo stesso piano i due termini e poichè molto spesso il termine “islamismo” diventa quasi sempre sinonimo di terrorimo (ancora una volta anche malgrado le reali intenzioni di chi parla) ciò potrebbe condurre la gente a confondere l’Islam in sè con il terrorismo. Questo è ovviamente molto pericoloso, in quanto alimenta un già molto diffuso bigottismo islamofobo, tanto più che “l’islamismo” riduce il fenomeno al solo Islam, e non si riconduce a tutte le religioni.

Per questi motivi non utilizzo queste definizioni e preferisco il termine “fondamentalismo islamico”, che ha due vantaggi. Il più importante è che il concetto di fondamentalismo si applica a tutte le religioni e se ne può formulare una definizione onnicomprensiva e interconfessionale. Hanno tutti le stesse caratteristiche in comune, soprattutto il fatto di seguire delle interpretazioni letterali e dogmatiche delle scritture religiose e di avere un progetto politico che punta ad imporre queste idee nella società attraverso lo stato. Quindi il concetto di fondamentalismo è utile per sottolineare la distizione tra il fondamentalismo islamico e l’Islam come religione, visto che in genere si applica la stessa distinzione tra le altre religioni e i loro fondamentalismi. Ad esempio nessuno confonde il fondamentalismo protestante con il Protestantesimo. I sostenitori del termine “islamismo” a volte dicono che il termine “fondamentalismo” appartiene alla storia del Protestantesimo e secondo me è un argomento a favore del suo utilizzo.

Il secondo vantaggio del termine “fondamentalismo islamico” è che consente di affinare la distinzione tra diverse tendenze e gruppi che pongono l’Islam al centro della propria identità ideologica, divenendo dunque più restrittivo rispetto ad “Islam politico” o “islamismo” che raggruppano nella stessa categoria movimenti molto differenti. Prendiamo ad esempio il partito al potere in Turchia, l’AKP, che viene incluso nella categoria di “Islam politico” e “islamismo” insieme al regime iraniano. Questo è un errore del tutto fuorviante che il termine “fondamentalismo islamico” evita: l’AKP non è un partito fondamentalista che sostiene l’introduzione della Sharia, la legge religiosa islamica, in Turchia ma è piuttosto un partito musulmano conservatore e di destra simile ai partiti cristiani conservatori o di destra in Europa, e lo rimane nelle sue basi anche malgrado la sua recente svolta autoritaria.

Per essere sicuri la categoria del “fondamentalismo islamico” in se è molto ampia poichè come tutte le categorie ideologiche include una vasta gamma di movimenti (ad esempio pensa al marxismo o al comunismo). Sebbene tutti i gruppi compresi nella categoria abbiano in comune (su vari gradi) il concetto di base di uno “Stato Islamico” fondato sulla Sharia, hanno poi strategie e tattiche diverse. Ci sono dunque fondamentalisti “moderati” che hanno una strategia gradualista che consiste nel realizzare il proprio programma all’inizio all’interno della società, e poi nello stato; mentre altri preferiscono ricorrere al terrorismo o all’attuazione di questo progetto con la forza esercitata da parte dello stato, come nel caso del cosiddetto Stato Islamico meglio conosciuto come ISIS. Comunque hanno tutti in comune un progetto fondamentalista dogmatico e reazionario.

Quali sono le radici del fondamentalismo islamico in Medio Oriente? Quali sono i motivi e i modi per cui è emerso come forza politica?

Il fondamentalismo islamico sotto forma di un movimento politico organizzato è nato alla fine degli anni ‘20 con la creazione in Egitto dei Fratelli Musulmani, di fatto la prima organizzazione politica moderna ad essere fondata su un progetto fondamentalista islamico. Sempre in Egitto ha preso forma la prima teorizzazione dello stato islamico, il nocciolo della dottrina fondamentalista. Ovviamente nella storia dell’Islam c’erano stati prima altri tipi di fondamentalismo e di sette puritane come nelle altre religioni monoteiste, ma la Fratellanza ha aperto la strada a un fondamentalismo islamico adattato alla società contemporanea sotto forma di movimento politico.

Si è sviluppato grazie ad una serie di concomitanze di cui la prima fu la proclamazione della repubblica e l’abolizione del califfato in Turchia alcuni anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. La proclamazione di una repubblica laica fatta da Mustafa Kemal fu un trauma per coloro che rifiutavano la divisione tra Islam e governo.  Ciò avvenne in contemporanea con la creazione del regno saudita nella Penisola Araba, uno stato basato sul fondamentalismo islamico sebbene di tipo arcaico-tribale.

La seconda è che l’Egitto era un paese che stava diventando maturo per una rivoluzione grazie all’accumularsi di problemi esplosivi: problemi sociali, una terribile povertà nelle campagne, una monarchia in decomposizione, leader disprezzati e odiati dal popolo e la dominazione britannica. Inoltre negli anni ‘20 la sinistra egiziana era debole e il movimento operaio subiva una forte repressione, così una congiunzione di fattori permise l’emergere del fondamentalismo islamico come un movimento politico in grado di capitalizzare il malcontento popolare.

Secondo il materialismo storico il fondamentalismo islamico è uno straordinario esempio di ciò che Marx ed Engels identificavano nel Manifesto del Partito Comunista come uno degli orientamenti ideologici presenti tra le classi medie tradizionali. Una frazione della piccola borghesia tradizionale, gli artigiani e la piccola e media classe contadina che soffrono dei devastanti effetti del capitalismo che si sviluppa a loro spese trasformandone una gran parte in proletariato e costringendoli a scendere dal rango di piccoli produttori o commercianti a quello di salariati costretti a vendere la propria forza lavoro per raccimolare di che vivere.

Una parte di questa classe media si oppone al capitalismo cercando di “far girare all’indietro la ruota della storia”, come recita il celebre passo di Marx ed Engels che spiega in modo eccellente il carattere reazionario di questi settori di classe. Ciò si applica appieno al fondamentalismo islamico in quanto ha origine da una rivolta contro le conseguenze dello sviluppo capitalistico  favorito dalla dominazione straniera ma lo fa con la prospettiva reazionaria di un ritorno a una mitologica età dell’oro islamica di tredici secoli fa. Questo è ciò che tutti i gruppi fondamentalisti hanno in comune, dai Fratelli Musulmani come movimento di massa, almeno nella sua tendenza egiziana originale, fino ai gruppi terroristi del quale l’elemento più estremo è l’ISIS. Tutti condividono la dedizione a ripristinare in qualche modo la forma di governo e le regole sociali che esistevano ai primordi dell’Islam. Nel caso dell’ISIS credono di farlo già con il loro cosiddetto Stato Islamico.

Che rapporto c’è tra il fondamentalismo islamico e l’imperialismo? Sono nemici o sono in combutta?

Direi entrambe e senza contraddizioni: i fondamentalisti sono persone che reagiscono alle conseguenze del capitalismo come anche alla dominazione e alle guerre imperialiste ma vi rispondono in modo reazionario. Potrebbero scegliere una lotta progressista che punti a sostituire il capitalismo selvaggio con una società egualitaria e socialmente giusta oppure credere che la soluzione sia instaurare di nuovo una forma di governo completamente inadeguata ai nostri tempi e quindi seguire una prospettiva molto reazionaria.

Dato che è una risposta reazionaria ai problemi summenzionati, storicamente ha finito per essere usato da tutti i tipi di forze reazionarie, compreso l’imperialismo stesso. I Fratelli Musulmani ad esempio hanno costruito uno stretto legame con lo stato che era (ed è ancora) il più reazionario, antidemocratico ed anti-donne sulla faccia della terra: il regno saudita. Hanno creato questo legame a causa della convergenza delle loro prospettive e del wahhabismo, l’ideologia della forza tribale che ha fondato il regno.

La Fratellanza Musulmana è stata una stretta alleata del regno saudita dalla sua nascita fino al 1990,  quando gli Stati Uniti lanciarono la prima guerra contro l’Iraq a seguito dell’invasione del Kuwait. Fino ad allora la Fratellanza era uno degli alleati principali del regno e dei suoi signori, gli USA. Entrambi li hanno usati nella lotta contro il nazionalismo di sinistra, soprattutto contro Nasser in Egitto (1952-70), ma anche contro il movimento comunista l’influenza sovietica nei paesi a maggioranza musulmana. Questa empia alleanza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e movimenti fondamentalisti islamici era profondamente reazionaria.

I sauditi ruppero con i Fratelli Musulmani perché non sostennero l’attacco statunitense all’Iraq del ‘91. Ciò fu motivato da una parte dal fatto che sul piano ideologico era difficile giustificare un intervento occidentale contro un paese musulmano dal territorio dove ci sono i luoghi santi dell’Islam. Dall’altra parte dovevano tenere in considerazione il fatto che i loro seguaci erano estremamente contrari a questa aggressione, come lo era la schiacciante maggioranza dell’opinione pubblica dei paesi arabi.

Dunque la maggior parte delle sezioni regionali della Fratellanza condannò l’attacco portando alla rottura con il regno saudita e alla ricerca di un nuovo patrocinatore, l’emirato del Qatar che ancora oggi è il loro sponsor. Il Qatar ovviamente è un altro alleato degli USA nella regione, un paese che ospita il quartier generale del Comando Centrale militare statunitense (CENTCOM) e che è la più importante piattaforma per le guerre aeree degli USA, dall’Afghanistan alla Siria.

Quando giunsero al potere in Egitto durante la presidenza del loro membro Mohamed Morsi si guadagnarono il plauso di Washington. Ciò è più che ovvio: in passato altre manifestazioni del fondamentalismo islamico ben più “radicali” avevano collaborato con gli Stati Uniti. La storia di al-Qaida è molto nota: nacquero dall’unione di vari gruppi di guerriglieri sostenuti da USA, Arabia Saudita e Pakistan per combattere contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan e poi dopo il 1990 divennero nemici giurati degli Stati Uniti e della famiglia reale saudita per dei motivi simili a quelli che hanno indotto la Fratellanza a rompere con il regno.

Le caratteristiche di classe del fondamentalismo islamico sono cambiate a seguito degli sviluppi dei loro sponsor statali? È ancora espressione della piccola borghesia o si è “borghesizzato”?

Prima di tutto il fondamentalismo islamico non si limita a un solo movimento: come ho sottolineato prima è un ampio spettro di forze e gruppi che vanno dai Fratelli Musulmani ai jihadisti fino a giungere ai fanatici totalitari come l’ISIS. Anche se restringessimo la discussione ai Fratelli Musulmani dobbiamo ricordare che è un’organizzazione regionale e globale le cui strategie cambiano da posto a posto. Comunque se teniamo in considerazione solo l’Egitto possiamo dire che c’è sicuramente stata una “borghesificazione” del ramo locale della Fratellanza.

Dopo la repressione nasseriana molti dei loro membri e dirigenti andarono in esilio nel regno saudita e molti di loro sono diventati uomini d’affari che hanno approfittato del rincaro del prezzo del petrolio durante gli anni ‘70. La connessione tra lo stato saudita e il capitale del Golfo ha svolto un ruolo importante nello sviluppo in Egitto di quella che i turchi chiamano una “borghesia devota”, un settore che ha svolto un ruolo sempre più importante all’interno della Fratellanza.

Mentre al suo interno questo gruppo di capitalisti aumentava in modo considerevole la sua importanza il grosso dei suoi militanti di base, le sue truppe, continuavano ad essere reclutati nella piccola borghesia e negli strati più poveri della società. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, pensate a Donald Trump negli Stati Uniti: è l’apice della politica reazionaria ma i suoi sostenitori non sono propriamente degli azionisti della Microsoft. La destra capitalista, soprattutto quella più reazionaria, cerca sempre un consenso di massa tra le altre classi, specialmente nei settori indignati delle classi medie e del proletariato.

Detto ciò il mutamento della composizione di classe all’interno della dirigenza della Fratellanza non  ha cambiato sostanzialmente il suo programma: non erano mai stati anticapitalisti, a parte qualche frase molto generica sull’equità sociale che si può sentire anche nei discorsi dei partiti più conservatori. A parte quei gruppi che sostengono apertamente il più esplicito darwinismo sociale anche i partiti politici più conservatori hanno una retorica caritatevole, basta ricordarsi del “conservatorismo compassionevole” di George W. Bush. Lo stesso avviene con la Fratellanza: diranno di prendersi cura dei poveri per affermare che l’Islam è la soluzione e la beneficenza islamica mitigherà la povertà. Tutto ciò si sposa bene con una prospettiva neoliberista che sostiene la privatizzazione dell’assistenza sociale per delegarne i compiti alle organizzazioni benefiche private.

Quando la Fratellanza è giunta al potere in Tunisia e in Egitto ha continuato le politiche economiche dei regimi precedenti: hanno rispettato gli accordi con l’FMI e hanno fatto tutto ciò che potevano per soddisfare la classe capitalista, incluso il capitalismo clientelare legato ai vecchi regimi di entrambi i paesi. I fondamentalisti islamici non si sono opposti all’ordine neoliberista che ha devastato il Medio Oriente.

Perchè il fondamentalismo islamico è divenuto una tendenza politica così dominante in Medio Oriente? Ciò è sorprendente soprattutto visto il ricco passato del nazionalismo laico e dell’organizzazione comunista nella regione.

Questo è un argomento molto importante. Oggi prevale una visione impressionista data anche dalla continua attività dei media nel raccontare i vari sforzi del fondamentalismo in Medio Oriente. Ciò ha creato l’impressione che la religione in generale, e il fondamentalismo islamico in particolare, abbia sempre dominato la politica della regione ma non è assolutamente vero.

Un paese come l’Egitto, luogo di nascita dei Fratelli Musulmani, fornisce un buon quadro della situazione: qui la Fratellanza è cresciuta e ha avuto un grande avanzamento negli anni ‘40, riuscendo ad avere centinaia di migliaia di seguaci. Uno dei motivi era la debolezza e la frammentazione della sinistra.

Ciò era in contrasto con gli altri paesi della regione, dove all’epoca i nazionalisti laici di sinistra e i comunisti erano molto forti indebolendo di conseguenza la Fratellanza. In Siria e in Iraq il partito nazionalista Baath si stava sviluppando avendo come antagonista un movimento comunista di massa.

In Egitto le cose hanno cominciato a cambiare con il colpo di stato del 1952, quando Nasser e il suo gruppo di ufficiali di medio livello rovesciarono gli alti papaveri dell’esercito e la monarchia proclamando la repubblica. All’inizio erano politicamente eterogenei ma con il passare del tempo andarono sempre più a sinistra intensificando le riforme nazionaliste e sociali. Approvarono la riforma agraria che ridistribuì le proprietà dei grandi latifondisti. Hanno anche nazionalizzato le proprietà degli stranieri arrivando addirittura a nazionalizzare il Canale di Suez nel 1956, atto che portò all’aggressione militare condotta da Francia, Inghilterra e Israele. La nazionalizzazione dei beni stranieri fu seguita presto da una grande nazionalizzazione dei patrimoni privati egiziani e dalla proclamazione del “socialismo” nel 1961.

La radicalizzazione di sinistra di questi nazionalisti – con la figura di Nasser che troneggiava al centro di questo processo – li rese estremamente popolari non solo in Egitto ma nell’intera regione e in tutto il Terzo Mondo. Ciò grazie alle loro riforme sociali e alla loro opposizione all’imperialismo e al sionismo che riecheggiava le aspirazioni delle masse. All’inizio, dopo un breve periodo di cooperazione, si scontrarono con i Fratelli Musulmani e li repressero prima di intraprendere il loro percorso di radicalizzazione. Da allora i Fratelli divennero l’acerrimo nemico dei nazionalisti e i sauditi, in accordo con Washington, li utilizzarono come un’arma contro Nasser.

A seguito della radicalizzazione e del crescente prestigio del nasserismo la Fratellanza venne completamente emarginata. Sicuramente vennero duramente repressi ma la repressione da sola non può mai mettere completamente da parte un movimento che conserva un forte attrattiva. Il fatto è che i Fratelli avevano perso questa attrattiva: non avevano soluzioni da offrire per i problemi sociali reali delle masse mentre i nazionalisti vi rispondevano in parte. In questo periodo la maggior parte degli egiziani e degli abitanti dell’intera regione vedeva i Fratelli Musulmani come agenti dei sauditi e della CIA.

La situazione è cambiata alla fine degli anni ‘60 con la crisi del nazionalismo laico. Il momento cruciale fu la vittoria israeliana nel ‘67 contro l’Egitto nasseriano e la Siria baathista dove, come in Egitto, c’era stata una radicalizzazione nazionalista di sinistra guidata da un gruppo che sarebbe presto stato deposto da Assad (il padre dell’attuale macellaio in Siria). Con la sconfitta del ‘67, seguita nel 1970 dall’annientamento della guerriglia palestinese in Giordania, dalla morte di Nasser e dal rovesciamento della fazione di sinistra del Baath, il nazionalismo arabo radicale ebbe una forte battuta d’arresto che aprì lo spazio per il ritorno dei Fratelli Musulmani.

Il successore di Nasser, Sadat, inaugurò un periodo di de-nasserizzazione invertendo tutte le politiche progressiste del suo predecessore in campo agricolo, industriale, antimperialista e antisionista. Con l’avvio di questo percorso di regressione liberò i Fratelli Musulmani e aprì le porte per il ritorno di quelli in esilio poiché ne aveva bisogno come alleati nella sua impresa reazionaria. La Fratellanza fu felice di svolgere questo compito divenendo le truppe di assalto del contraccolpo ideologico di Sadat contro la sinistra. Sadat gli permise di ricostituirsi come un’organizzazione di massa a patto di non sfidare il suo dominio, cosa che avvenne anche con il suo successore, Mubarak.

Comunque grazie al fatto che la sinistra organizzata era molto debole e il suo settore più visibile aveva un simile rapporto di ambiguità con il regime, la Fratellanza ha riempito un vuoto riuscendo ad attrarre i settori scontenti della popolazione. Grazie al denaro portato dai nuovi capitalisti che militavano nelle loro file e quello fornito dai sauditi riuscirono di nuovo ad avere una crescita eccezionale. Questo nuovo potere li portò a volere svolgere un ruolo politico più importante di quello che gli voleva concedere il regime, ciò ha creato delle tensioni che a volte sfociavano nella repressione.  Comunque dopo brevi periodi di dentezione venivano sempre rilasciati e non hanno mai subito una repressione come quella dell’epoca di Nasser. Mubarak non ha mai cercato di schiacciarli o di metterli completamente fuori legge. Rimasero tollerati per essere utilizzati dal regime e affrontavano brevi momenti di repressione solo quando si pensava che avessero oltrepassato i limiti consentiti.

Dunque non sono comparsi di punto in bianco nel 2011: erano una forza politica molto importante anche nell’ambito elettorale. Nel 2005 ottennero il 20 percento dei seggi in parlamento e Mubarak utilizzò quest’ondata controllata come un monito nei confronti dell’amministrazione Bush che gli stava facendo pressioni affinché avviasse un processo di liberalizzazione politica. Il fondamentalismo islamico era nella posizione migliore per intercettare questo potenziale visto che non c’erano forze degne di nota in grado di sfidare il regime né a sinistra né tra i liberali.

Ma la storia dimostra che quando c’è una corrente progressista con un po’ di credibilità si può rispondere efficacemente al fondamentalismo islamico. La debolezza della sinistra è inversamente proporzionale alla forza del fondamentalismo. È un gioco a somma zero, a differenza del rapporto che intercorre in America Latina tra la sinistra e la teologia della liberazione, che è un’interpretazione progressista del cristianesimo e che costituisce un elemento importante della sinistra con la quale lavora in molti luoghi ed organizzazioni, come il Partito dei Lavoratori (PT) in Brasile durante il suo apice di radicalità. In Medio Oriente la sinistra considera il fondamentalismo islamico come uno dei due poli principali della politica reazionaria, con i regimi che costituiscono l’altro polo.

Dunque la sollevazione araba sin dal 2011 ha dovuto affrontare due forze della controrivoluzione: non un’opposizione binaria tradizionale di rivoluzione e controrivoluzione bensì una configurazione triangolare con un processo rivoluzionario contro due poli controrivoluzionari. Le forze progressiste che esprimevano le aspirazioni della rivolta sono state fondamentali nell’organizzare i primi passaggi ma presto sono capitolate a causa dei regimi da una parte e le opposizioni fondamentaliste a questi regimi dall’altra, entrambe ugualmente opposte alle aspirazioni dell’ondata rivoluzionaria e, in alcuni paesi della regione, alleati nel fermarne la radicalizzazione.

L’Egitto ci fornisce di nuovo un buon quadro della collaborazione dei Fratelli con l’esercito nel primo anno di rivolta che ha aperto uno spazio per il campo progressista: le elezioni presidenziali del 2012 hanno visto emergere un polo progressista con il candidato nasseriano, Hamdeen Sabahi, che a gran sorpresa ha ottenuto la maggioranza dei voti al Cairo e ad Alessandria e il 20 percento a livello nazionale. Al primo turno è arrivato molto vicino ai primi due candidati, quello dell’esercito e quello dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi.

Sfortunatamente nel 2013 Sabahi ha fatto l’errore di sostenere il colpo di stato militare contro Morsi. Invece di continuare ad opporsi ad entrambi i campi controrivoluzionari è finito al seguito di uno di questi: dopo essersi alleato con i Fratelli Musulmani nel 2011 si è alleato con l’esercito nel 2013. Solo nel 2012, quando si è distanziato da entrambi, è riuscito ad avere un avanzamento. Da questa esperienza la sinistra deve imparare una lezione fondamentale se vuole divenire una forza credibile e condurre una nuova rivolta fino alla vittoria: deve costruire un’alternativa sia al regime che ai fondamentalisti islamici. Se non lo fa, visto che in politica come in natura non esistono gli spazi vuoti, i Fratelli Musulmani potranno ritornare e ricostruirsi come la principale opposizione al regime oppure potremmo vedere nascere nuovi generi molto più violenti di fondamentalismo islamico.

Secondo me questo è un argomento di cui continuare a parlare: quali dovrebbero essere i rapporti tra la sinistra e le forze fondamentaliste che combattono l’imperialismo e il sionismo? Ad esempio che approccio bisognerebbe avere con Hamas e Hezbollah?

La sinistra ha risposto da tempo a questa domanda: bisogna sostenere le lotte contro il colonialismo e l’imperialismo a prescindere da chi le porta avanti avendo però un approccio critico. Ad esempio quando l’Italia fascista ha invaso l’Etiopia nel 1935 tutti gli antimperialisti si sono opposti all’invasione, sebbene il paese fosse governato da un regime estremamente reazionario secondo qualsiasi standard di sinistra. Opporsi all’invasione italiana non significava sostenere acriticamente l’imperatore etiope.

Oggi dobbiamo seguire lo stesso approccio: Hamas o Hezbollah sono coinvolti nella lotta contro l’occupazione e l’aggressione israeliana e noi sosteniamo questa lotta a prescindere da chi la porta avanti. Ma Hamas non è l’unico gruppo che combatte contro Israele: ci sono altri gruppi nella scena politica palestinese. Dunque dobbiamo determinare chi nell’ambito dei gruppi antisionisti sia più vicino alla nostra prospettiva politica. Lo stesso per il Libano.

Sia in Palestina che in Libano c’è un gioco a somma zero tra la sinistra e queste forze. Hamas è cresciuta a spese della sinistra palestinese: all’epoca della prima intifada nel 1988 la sinistra era la forza principale all’interno dei territori occupati nel 1967 ma purtroppo è finita a legittimare direttamente o indirettamente la resa di Yasser Arafat verso gli Stati Uniti e Israele. Ciò è stato disastroso per la loro influenza politica e ha aperto una porta ad Hamas. Ricordiamoci che Hamas è stata fondata dalla sezione palestinese dei Fratelli Musulmani, che fino ad allora avevano ricevuto un trattamento di favore da parte dell’occupazione israeliana per contrastare l’OLP.

Stessa cosa per Hezbollah: è nata dopo l’invasione israeliana del Libano del 1982 ma non ha dato inizio alla resistenza a questa invasione. Infatti furono il Partito Comunista e le forze nazionaliste di sinistra a farlo, attingendo a una tradizione di lotta contro le numerose invasioni israeliane nel sud del paese. Hezbollah, un’organizzazione settaria sciita, si è costruita a discapito di queste forze, soprattutto del Partito Comunista che aveva una grossa influenza nelle regioni a maggioranza sciita e quindi era visto come uno dei principali avversari.

Hezbollah è giunta addirittura ad assassinare personalità sciite di spicco del Partito Comunista. Sebbene sia diventata la principale forza di una giusta causa (la lotta contro l’occupazione israeliana) non è assolutamente una forza progressista ed ha raggiunto questa posizione reprimendo e cacciando via le forze progressiste che conducevano la stessa battaglia. Ciò nonostante è stato giusto sostenere la resistenza libanese anche dopo che è stata dominata da Hezbollah. Ciò non significa sostenere questa organizzazione in generale, incondizionatamente e acriticamente.

Le sue politiche interne in campo economico, sociale o culturale non sono assolutamente progressiste ed il Partito di Dio (Hezbollah in arabo) si è adattato molto bene alla ricostruzione neoliberista del Libano. Inoltre non bisogna dimenticare che è totalmente dipendente dal regime iraniano, che è tutto tranne che progressista. Ovviamente se gli Stati Uniti o Israele lanceranno un attacco contro l’Iran non non esiteremo a sostenerlo ma ciò non significa che non lo consideriamo come un regime reazionario, repressivo e capitalista, dunque un nemico della causa sociale per cui lottiamo.

È molto importante capirlo perché negli ultimi anni Iran e Hezbollah sono andati in soccorso del regime controrivoluzionario in Siria, che hanno rifornito di fondamentali truppe d’assalto che si sono unite al suo massacro del movimento democratico popolare. Ciò a dimostrazione della loro indole profondamente reazionaria. Per quanto riguarda il regime iraniano tutto ciò è in diretta continuità con la repressione del movimento democratico del 2009.

Come dovrebbe porsi la sinistra egiziana nei confronti della Fratellanza? Qualcuno li descrive come una forza riformista con cui la sinistra può formare dei fronti uniti. Tu cosa ne pensi e qual’è la tua alternativa a questo approccio?

Bene, piuttosto che dettare la linea dall’alto preferisco delineare le posizioni di alcuni settori della sinistra egiziana. Ci sono segmenti della sinistra che sostengono una posizione che ritengo corretta, cioè di opposizione alla presa del potere da parte dei militari e di condanna della brutale repressione contro i Fratelli Musulmani senza però dare alcun sostegno politico a questi ultimi.

Definire “riformista” la Fratellanza è per lo meno fuorviante: fuori contesto questa etichetta potrebbe indurre a pensare che sia simile agli elementi riformisti del movimento operaio e ciò sarebbe assurdo. Ovviamente si potrebbe dire che è “riformista” (oppure “moderata”) paragonata ai jihadisti “radicali” e ai terroristi come al-Qaeda e l’ISIS ma rimarrebbe comunque all’interno dell’ideologia fondamentalista reazionaria

Comunque dire che la Fratellanzia sia “riformista” senza alcuna condizione è totalmente sbagliato e significa dire che sono simili ad alcune correnti progressiste non rivoluzionarie come lo stalinismo, la socialdemocrazia o il nazionalismo di sinistra (tutte correnti che credono di poter raggiungere il socialismo senza smantellare lo stato borghese). Gli ultraliberisti Fratelli Musulmani sono “riformisti” solo per quanto riguarda l’attuazione del loro programma fondamentalista ma nel complesso per quanto riguarda la politica sociale sono una forza completamente reazionaria e in alcun modo socialdemocratica. Ciò ovviamente non giustifica chi sostiene la loro persecuzione da parte dei regimi che sono ben più reazionari: la sinistra dovrebbe sempre essere il combattente più coerente per le libertà democratiche.

Che lezioni dovrebbe trarre la sinistra dal ruolo delle forze fondamentaliste nel complesso della Primavera Araba?

Ciò che ho detto sull’Egitto si può estendere a tutta la rivolta araba: la sinistra deve mettersi in opposizione a entrambi i poli controrivoluzionari rappresentati da una parte dai regimi e dall’altra dalle forze fondamentaliste e sforzarsi di costruire un terzo polo di opposizione strategica.

Ovviamente sul piano tattico la sinistra può allearsi con uno di questi poli per combattere quello che al momento è il peggiore, fatto salvo comunque di continuare a “marciare divisi” con un proprio programma alternativo ad entrambi. Sul piano strategico invece deve combattere contro tutti e due i fronti. Al posto di questo approccio purtroppo abbiamo visto le forze progressiste allinearsi ai fondamentalisti contro i regimi, come è avvenuto all’inizio della rivolta in molti paesi o come sta accadendo nel caso siriano, mentre altri settori della sinistra si sono alleati con i regimi esistenti.

E mentre nella prima categoria si possono trovare alcuni individui che etichettano in modo errato i Fratelli Musulmani come “riformisti” (cosa talmente bizzarra che viene sostenuta da ben poche persone) la maggior parte dei gruppi della seconda categoria li chiamano “fascisti”, il che è ugualmente sbagliato. L’analogia con il fascismo non tiene conto di grandi differenze tra queste due correnti e si concentra soltanto su alcune caratteristiche organizzative che sono tipiche anche di partiti molto diversi che si fondano sulla mobilitazione di massa e l’indottrinamento, compresa la tradizione stalinista. Diversamente dal fascismo storico i Fratelli Musulmani non sono nati nei paesi imperialisti come reazione alle sfide che il movimento operaio poneva al capitalismo e per incarnare una versione più dura dell’imperialismo.

Quindi ci sono queste due tipologie di approccio diametralmente opposte e poi si possono trovare forze di sinistra che sono passate dall’uno all’altro. Ad esempio il partito nasseriano egiziano guidato da Sabahi è passato dall’allearsi con i Fratelli Musulmani nel 2011, al punto tale da entrare come partito minore nella loro coalizione elettorale, fino ad allearsi con l’esercito nel 2013, unendosi al coro che lodava la discesa in campo del feldmaresciallo Sisi. Questo schema politico è disastroso per la costruzione di un’alternativa progressista nella regione. Per il progressismo è fondamentale ribadire l’esistenza di un terzo polo rivoluzionario che si oppone ai due poli controrivoluzionari che ora dominano la scena. Devono tornare a incarnare le aspirazioni che hanno  dato vita alla Primavera Araba nel 2011.

Senza questo il disastro in corso continuerà con una scena regionale schiacciata dallo scontro tra i due poli controrivoluzionari. Nel breve periodo lo scenario migliore è una coalizione tra i due poli reazionari come è successo in Tunisia, dove la sezione locale dei Fratelli Musulmani è entrata in una coalizione di governo con le forze del vecchio regime, o in Marocco dove il re li ha cooptati al governo. Washington e i suoi alleati europei spingono affinché questo scenario si realizzi in tutta la regione: nella loro ottica la riconciliazione tra i poli controrivoluzionari ovviamente ha molto senso.

Ma questa riconciliazione potrebbe far bene anche alle forze progressiste che si troverebbero costrette ad opporsi ad entrambi e ciò renderebbe più facile il loro emergere come un’alternativa. In ogni caso il futuro della sinistra in Medio Oriente dipende da se riuscirà a prendere questa giusta direzione.

Un ringraziamento speciale a Robin Horne, Sara Levy e Andrea Hektor per la sbobinatura.

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