Dennis Kucinich e la miopia della sinistra sulla Siria

Una foto di propaganda rilasciata dalla Syrian Arab News Agency (SANA) che mostra il presidente siriano Bashar al-Asad (a sinistra) mentre parla con il deputato democratico statunitense Dennis Kucinich durante un incontro a Damasco, 2 settembre 2007. (AFP/SANA).

di Joey Ayoub da Middle East Eye

Per convenienza gli antimperialisti essenzialisti occidentali non fanno caso al brutale opportunismo di Asad nei confronti dell’estremismo religioso.

Il 12 aprile 2017 Dennis Kucinich, un ex parlamentare democratico che ha incontrato diverse volte il presidente siriano Bashar al-Asad, è stato intervistato da “Intercepted” e gli è stata posta una semplicissima domanda: “Asad è o non è un macellaio che ha ucciso dei civili senza pietà?”

Piuttosto che condividere ciò che migliaia di attivisti siriani hanno ripetuto per sei anni o leggere l’infinità di rapporti delle organizzazioni per i diritti umani siriane ed internazionali e rispondere con un semplice “si” Kucinich, che viene ancora invitato come relatore alle conferenze degli attivisti liberali, ha dichiarato che Asad stava difendendo il suo paese da un’invasione straniera di jihadisti. Si è poi impegnato in ciò che può essere descritta unicamente come una celebrazione del regime e di Asad stesso.

Ora per coloro che hanno adottato la narrazione “essenzialista antimperialista” che considera solo i paesi occidentali come agenti dell’imperialismo, dunque discolpando o sostenendo le atrocità delle tirannie “anti-occidentali”, Kucinich può essere considerato un eroe particolarmente coraggioso: sta parlando contro il sistema e svela la verità in faccia al potere.

Tra le varie cose che Kucinich e i suoi sostenitori tralasciano per convenienza c’è il fatto che il regime di Asad non è nè antimperialista nè contrario all’estremismo religioso. Come indicato più volte da osservatori un po’ più sobri il regime ha sempre cercato di strumentalizzare sia l’imperialismo che l’estremismo religioso ogni volta che gli è tornato utile.

Asad e i neocon

Dopo l’11 settembre il regime “antimperialista” di Asad ha felicemente aiutato il governo statunitense a torturare i “sospetti terroristi” in località segrete.

Infatti nello stesso episodio di “Intercepted” è stata intervistata una delle sue vittime occidentali più famose: il siriano-canadese Maher Arar, rapito dal governo statunitense nel 2002, spedito in Giordania e condotto attraverso il confine nelle mani del regime di Asad che lo ha tenuto per un anno intero torturandolo ripetutamente.

Mesi dopo il suo ritorno dalla Siria Maher Arar gioca con i suoi figli Baraa (sette anni, sulla sinistra) e Houd Arar (due anni). 14 gennaio 2004, Ottawa, Ontario, Canada (AFP)

Alla fine il governo canadese si è scusato con lui ma fino ad oggi non solo gli USA non lo hanno fatto ma non lo hanno neanche rimosso dalla loro “No Fly list”, il che significa che non può entrare nel paese. Data la sua esperienza non dovrebbe sorprendere che Arar stesso, cosciente dell’ipocrisia intrinseca di questi “antimperialisti” altamente selettivi”, li abbia sfidati per anni.

Anche se ignoriamo gli elefanti russo ed iraniano nella stanza questi “antimperialisti” hanno già dimenticato che giusto nel febbraio 2017 Asad ha salutato le truppe statunitensi “per combattere il terrorismo?” Lo slogan shabbiha “Asad o bruciamo il paese” viene preso alla lettera: Asad non ha mai esitato a vendere il paese e la sua anima per mantenere il trono di suo padre.

Di recente Sputnik, l’agenzia gestita dallo stato russo, ha citato Asad dichiarare che “il governo siriano ha siglato dei contratti con numerose imprese energetiche russe e continuerà a farlo”. Ha poi aggiunto che “la Cina può prendere parte alla ricostruzione in ogni settore dell’economia della Siria.”

Anche questo non dovrebbe sorprendere visto che Asad ha accelerato il processo di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia siriana iniziato da suo padre Hafez.

Lavorare con i militanti

Per quanto riguarda la lotta all’estremismo religioso basta semplicemente sottolineare che nel 2011 il regime ha rilasciato dal carcere di Saydnaya un gran numero di islamisti di alto profilo, un’operazione supervisionata direttamente dal tristemente noto Direttorato Generale della Sicurezza, mentre si affrettava ad arrestare ed uccidere gli attivisti laici in tutto il paese.

Ciò segue la ben documentata collaborazione e sostegno del regime ai militanti islamisti durante l’invasione e l’occupazione statunitense dell’Iraq. Per citare un’analista: “La Siria è diventata il principale punto di ingresso per i jihadisti stranieri che vogliono unirsi agli insorti iracheni.”

Tra coloro che vennero liberati c’erano: Zahran Alloush, comandante di Jaysh al-Islam, Abdul Rahman Suweis della Liwa al-Haq, Hassan Aboud di Ahrar al-Sham e Ahmad Aisa al-Sheikh.

Nel frattempo tra il 2011 e il 2015 nella prigione di Saydnaya il regime ha impiccato 13,000 persone, molte delle quali erano ben noti attivisti rivoluzionari e operatori umanitari, in quella che Amnesty International ha descritto come una “campagna pianificata di esecuzioni extragiudiziali tramite impiccagioni di massa.”

Saydnaya è solo uno dei numerosi gulag utilizzati dal regime di Asad per sterminare la popolazione siriana che non appartiene a ciò che ha definito come “la Siria utile“, un termine usato per indicare le zone considerate strategiche dal regime (assieme a Russia e Iran) ma che può anche descrivere quello che per Asad è il “siriano ideale”: obbediente e sottomesso.

Ciò, come spiegato da Leila al-Shami, dimostra che “il regime siriano ha utilizzato violenza, settarismo e tattiche machiavelliche per sviare la rivoluzione, diffamare i suoi sostenitori e rafforzare i movimenti jihadisti di nicchia.”

Per fare un solo esempio dell’impatto che hanno avuto le scarcerazioni dei jihadisti: nel dicembre 2013 Jaish al-Islam ha rapito Razan Zaitouneh, Samira Al-Khalil, Wael Hamada e Nazem Hammadi, dei famosi attivisti laici ora conosciuti come “i quattro della Douma”. Di recente Jaysh al-Islam ha temporaneamente vietato le attività dei gruppi civici tra cui il Violations Documentation Centre (VDC). Questo non è stato solo un atto oppressivo ma anche estremamente simbolico visto che i quattro della Douma lavoravano con il VDC che era stato fondato da Zaitouneh stessa.

Queste tattiche del regime sono mirate a sopraffare i gruppi di opposizione democratici e laici per costringerli ad assumere una modalità difensiva mentre si da’ potere, direttamente o indirettamente, ai gruppi più conservatori ed autoritari. Questo metodo si è dimostrato efficace visto che la narrazione di Asad “O me o i jihadisti” ha guadagnato seguaci dall’estrema destra fino alla sinistra “radicale”.

Per di più si può far notare un fatto ancor più ovvio: oltre la Russia la sopravvivenza del regime di Asad dipende quasi completamente dai jihadisti settari sostenuti dall’Iran e provenienti da Libano, Iraq, Afghanistan, Iran e Pakistan. Non più tardi dell’ottobre 2016 Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, durante la commemorazione religiosa annuale dell’Ashura ha dichiarato il proseguimento del suo “jihad” in Siria.

La realtà fuori dalla finestra

Dicendo che Asad non aveva scelta Kucinich ha rivelato una delle sue opinioni essenziali: il regime ha diritto “all’autodifesa” in quanto rappresentante di uno stato sovrano (anche se dipendente da Iran e Russia).

Oppure si può citare l’esponente dell’estrema destra Richard Spencer che la mette più onestamente: “Chiunque accusi Asad di ‘crimini di guerra’ davvero vuole sostenere che gli stati sovrani non abbiano diritto a sedare le ribellioni?” A differenza di Kucinich, Spencer non nega che Asad stia reprimendo una ribellione — cioè un movimento popolare, non una cospirazione straniera. Semplicemente gli va bene.

Come abbiamo visto spesso negli ultimi anni sulla Siria la principale differenza tra l’estrema destra e ciò che viene erroneamente definito come “la sinistra” è che i primi non si vergognano di dichiarare apertamente i propri ideali.

Ma non finisce quì: il fatto che Kucinich non riesca a rispondere ad una domanda sugli eventi in corso senza menzionare l’11 settembre è un altro sintomo del malessere della sinistra anti-guerra del giorno d’oggi: applicare gli stessi slogan utilizzati durante l’invasione dell’Iraq del 2003 e trapiantarli nella Siria del 2011-2017 dimostra un inevitabile distacco dalla realtà.

In queste condizioni non contano più le dinamiche in Siria dopo il 2011 quanto la politica interna dell’osservatore di sinistra che, malgrado sia benintenzionato, guarda alla complessità e la semplifica per farla aderire alle proprie priorità politiche.

Ciò che ne risulta cancella l’operato dei siriani e dipinge tutta l’area del Medio Oriente e del Nord Africa con i colori della geopolitica. Ciò non avviene solo per mano degli “analisti” che lavorano nei think tank ma anche grazie agli attivisti.

Surclassare Bush

Dovrebbe essere ovvio che se il tuo nemico dice qualcosa ciò non vuol dire che sia automaticamente falsa: se Putin accetta il fatto che il mutamento climatico è prodotto dall’uomo ciò non rende il mutamento climatico una bufala di per se. Nel campo dei fatti le prove empiriche contano.

Ciò che Kucinich e gli altri non accetteranno mai è che è nell’interesse di Putin promuovere la propria campagna di “guerra contro il terrore” in Siria proprio come ha fatto George W. Bush in Iraq. La differenza è che noi di “sinistra” non abbiamo accettato la narrazione di Bush e abbiamo opposto resistenza alla sua normalizzazione malgrado non ci piacessero degli elementi della resistenza anti-USA. Comunque sulla Siria abbiamo surclassato Bush stesso.

Questo è il motivo per cui è molto facile per Richard Spencer parlare del “diritto” degli stati nazione a schiacciare le ribellioni. Non è tanto la sua visione del mondo che è preoccupante – c’era da aspettarsela – quanto il fatto che non suona troppo dissimile da quella di molta gente di sinistra. In altre parole è già stata normalizzata.

Quando trascuriamo la più essenziale comprensione di ciò che sono e dovrebbero essere i diritti umani – il diritto alla libertà di espressione, di movimento e così via – li lasciamo in mano alle strutture di potere che cercheranno quasi sempre di ridurli o distruggerli.

Poi Kucinich è andato a Fox News per dire che non c’erano prove che fosse Asad il responsabile dell’ultimo attacco con il gas sarin. Ha anche negato che Asad abbia compiuto il famigerato attacco del 2013 nella Ghouta e che abbia mai usato delle armi chimiche in Siria, ignorando le sue azioni degli ultimi sei anni compreso ogni singolo attacco chimico ben documentato. Infatti ciò che è straordinario del massacro di Khan Sheikhoun è che non c’è nulla fuori dall’ordinario.

Ciò di base non è diverso da quando nel settembre 2016 Asad bombardò un convoglio delle Nazioni Unite, la cui inchiesta determinò che era un atto volontario e dunque un crimine di guerra. Non è neanche diverso da qualsiasi altro attacco chimico commesso dal regime: nell’ottobre 2016 la commissione investigativa congiunta OPAC-ONU “ha dichiarato il regime responsabile di tre attacchi chimici avvenuti tra il 2014 e il 2015.” E questi sono solo tre in mezzo a molti altri.

Secondo il Syrian Network for Human Rights (SNHR), una fonte di documentazione certificata dall’ONU, dall’inizio del 2017 sono stati documentati almeno nove attacchi chimici. Il SNHR ha inoltre documentato 137 utilizzi di armi chimiche a partire dal 27 maggio 2013, quando venne adottata la risoluzione dell’ONU 2118.

L’unica grande differenza tra il massacro di Khan Sheikhoun e gli altri è che il primo ha ricevuto l’attenzione dei media e, soprattutto, una risposta dal governo statunitense.

Di nuovo, lo schema è chiaro: ciò che importa non è il numero di civili siriani assassinati o come e perchè sia avvenuto, bensì come “noi” vi reagiamo. In altre parole molti analisti aiutano la devastazione condotta dal regime di Asad piuttosto che sostenere i siriani che vi resistono.

Se la sinistra antiautoritaria vuole assumere un ruolo nella lotta contro la tirannia e l’estremismo deve essere abbastanza umile da accettare il fatto che il contesto è importante, che le cose non avvengono in camere stagne, che non si parla solo dell’Occidente e che bisogna dare la precedenza al diritto dei siriani di narrare le proprie esperienze. Questi non sono dei dettagli e non riuscire a farlo ci mette inevitabilmente dalla parte degli oppressori.

Joey Ayoub è redattore per Global Voices per il Medio Oriente e il Nordafrica e un ricercatore libanese originario di Beirut che attualmente vive a Londra. È il fondatore di Hummus For Thought e scrive principalmente di Siria, Palestina e Libano.

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