Hezbollah e i lavoratori

Manifesto e bandiera di Hezbollah a Baalbek, Libano. yeowatzup / Flickr

Manifesto e bandiera di Hezbollah a Baalbek, Libano. yeowatzup / Flickr

La storia di Hezbollah dimostra che gli interessi del partito sono più vicini a quelli delle elite piuttosto che a quelli dei lavoratori.

di Joseph Daher da Jacobin Magazine

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Anche se negli ultimi anni la sua reputazione è in declino per molto tempo Hezbollah è stato acclamato dalla Sinistra per la sua resistenza militare contro Israele, inoltre in molti hanno indicato il suo sistema di servizi sociali come una manifestazione del suo progressismo. Comunque questa pretesa non regge al confronto con la realtà: in passato Hezbollah ha preso posizione contro le lotte sociali ed economiche in Libano e ha rinnegato parte delle proprie radici schierandosi con una parte della borghesia sciita emergente. Insieme ad altri movimenti settari presenti nel paese continua a bloccare l’emergere di un più ampio movimento politico di classe in Libano.

Partito di Dio e dei Poveri?

Hezbollah si è sempre ritratto come il partito degli oppressi che sfida la povertà e sostiene i diritti dei contadini, dei poveri, dei lavoratori e dei senzatetto. Nel suo programma politico del 2009 sostiene che:

Le barbare forze capitaliste, guidate dagli USA e dai paesi occidentali e incarnate principalmente dalle reti monopolistiche internazionali di imprese che attraversano nazioni e continenti, soprattutto gli istituti finanziari sostenuti da una forza militare superiore, hanno portato a maggiori contraddizioni e conflitti…

Malgrado questa retorica la concezione teorica e l’orientamento politico di Hezbollah non hanno mostrato alcuna alternativa al sistema neoliberista – e ancor di meno a quello capitalista – in Libano. La tanto sbandierata giustizia sociale si è maldestramente sposata con il sostegno a misure neoliberiste.

Troviamo questa contraddizione nel pensiero politico di importanti figure del fondamentalismo islamico sciita come Muhammad Baqir Al-Sadr, il chierico sciita iracheno e fondatore ideologico del Partito Islamico Da’wa, e soprattutto Ruhollah Khomeini, che fu il capo religioso supremo della Repubblica Islamica dell’Iran nel 1979.

Al-Sadr scrisse due libri per affrontare il marxismo e le idee laiche: Falsafatuna (La nostra filosofia) nel 1959 e Iqtisaduna (La nostra economia) nel 1961. La sua tesi principale consisteva nell’offrire l’Islam come un’alternativa progressista alle teorie rivali della Sinistra e promosse un “sistema economico islamico” come una terza via rispetto al capitalismo e al socialismo. Nella sua visione i problemi sociali ed economici derivavano dalla cattiva condotta dell’uomo, dunque la soluzione doveva essere religiosa.

Anche Khomeini ha utilizzato l’economia per guadagnare consenso al suo progetto islamico: dal ’79 all’82, cioè all’apice della rivoluzione e della mobilitazione popolare in Iran, presentò l’Islam attraverso la lente della giustizia sociale lodando gli oppressi (che equiparava ai settori più poveri della società) e condannando gli oppressori – cioè i ricchi, gli avidi politicanti e i loro sostenitori stranieri.

Questa retorica populista era utile a mobilitare i lavoratori urbani contro la dinastia Pahlavi ma dopo il 1982, durante il consolidamento del nuovo regime islamico e la conseguente repressione dell’opposizione (soprattutto di sinistra), cominciò sempre più ad associare l’Islam con il rispetto della proprietà privata e ritraeva il bazaar come un pilastro essenziale della società. Era giunto progressivamente a delineare tre classi principali: quella superiore composta dai residui delle vecchie famiglie ricche, una classe media formata da chierici, intellettuali, dipendenti pubblici, commercianti, negozianti e artigiani e infine una classe bassa composta da operai, braccianti e gli abitanti dei quartieri poveri.

Gli “oppressi” avevano smesso di essere una categoria economica che comprendeva le masse povere e divenne piuttosto un’etichetta politica per i sostenitori del nuovo regime, tra cui anche i ricchi commercianti del bazaar. La retorica della lotta di classe venne sempre più minimizzata con Khomeini che sosteneva che l’Islam cercasse delle relazioni armoniose tra gli industriali e gli operai, tra i latifondisti e i braccianti.

Così come Sadr e Khomeini il pensiero economico di Hezbollah ha coerentemente confermato come il mercato e la difesa della proprietà privata fossero dei pilastri chiave, malgrado affermasse di avere tra i propri obiettivi anche la giustizia sociale. Ciò ha significato che in Libano durante il periodo neoliberista Hezbollah ha sostenuto misure come le privatizzazioni, le liberalizzazioni e l’apertura ai flussi di capitale straniero senza che ciò venisse considerato contraddittorio con il suo impegno nell’affrontare la povertà e la diseguaglianza.

Anche le fonti di finanziamento del movimento islamico spiegano i motivi del suo programma economico alquanto conservatore: le sue risorse finanziarie provengono in primo luogo dall’Iran (si stima dai 100 ai 400 milioni di dollari l’anno), poi dalla classe media e dalla borghesia sciita libanese e infine sull’elemosina (zakat) raccolta da Hezbollah in nome di Khomeini.

Come Khomeini Hezbollah crede nell’unità della comunità e nella cooperazione tra le classi, con gli operai che non devono chiedere più di quello che viene dato dalla borghesia mentre quest’ultima ha l’obbligo di essere caritatevole con i poveri. La lotta di classe è vista come una frammentazione della comunità (l’Ummah). Dunque vengono repressi gli appelli all’unità di classe nella società frammentata del Libano.

Privatizzazione e disinvestimento

I segnali di questa ideologia sono facili da trovare: a seguito della conferenza Parigi 2 del 2003 Hezbollah – all’epoca all’opposizione – non ha commentato o fatto valutazioni sulle conseguenze sociali della privatizzazione dei beni statali. Ciò malgrado il fatto che l’obiettivo da privatizzare era la Middle East Airlines (MEA), che all’epoca impiegava diverse centinaia di sciiti e che vennero licenziati dopo la sua vendita.

La prospettiva di 1200-1500 licenziamenti produsse un gran malcontento. ‘Ali Tahir Yasin, l’attuale capo del sindacato al-Wafaa (il cui nome si traduce letteralmente in “Unione della Lealtà”) legato ad Hezbollah presenziava alle trattative come rappresentante dei lavoratori ma dichiarò in un’intervista che la proposta di privatizzazione non avrebbe danneggiato nè i lavoratori nè la popolazione.

L’anno successivo la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) indisse lo sciopero generale per protestare contro l’inflazione e le manifestazioni paralizzarono il paese. Secondo ‘Abd al-Amir Najda, presidente della Federazione dei Sindacati del Trasporto Pubblico, l’elite politica fece pressione affinché la CGTL cessasse lo sciopero. Tuttavia i lavoratori – soprattutto quelli del settore dei trasporti – si opposero ai loro dirigenti e continuarono con la mobilitazione.

Alla fine la dirigenza della CGTL cancellò lo sciopero, fatto che permise all’esercito di intervenire. Le forze governative aprirono il fuoco sui manifestanti radunati ad Hay al-Sallum, uno dei quartieri sciiti più poveri nella parte sud di Beirut, uccidendo cinque operai e ferendone a decine. I principali partiti politici palestinesi, tra cui Hezbollah, sostennero il governo affermando che “l’esercito è la linea rossa”. La maggior parte dei media dipinse lo sciopero come un “barbaro tentativo degli sciiti di attaccare i soldati”. La CGTL rimase in silenzio.

Alcuni giorni dopo durante una conferenza stampa Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, accusò degli individui legati all’ambasciata statunitense di aver istigato la violenza tra i manifestanti e l’esercito. Sosteneva che “dopo la sparatoria in Hay al-Sellum dei gruppi legati all’ambasciata hanno lavorato per disseminare il caos e la violenza negli altri quartieri meridionali.” Ha aggiunto che gli istigatori volevano indebolire lo stretto rapporto tra il governo ed Hezbollah e negò che il suo partito volesse in alcun modo le dimissioni del premier Rafiq Hariri.

Subito dopo il ritiro delle forze siriane Fu’ad Siniora formò un nuovo governo che includeva l’Alleanza 8 marzo, l’Alleanza 14 marzo e, per la prima volta, Hezbollah. Trad Hamada divenne ministro del lavoro su nomina del Partito di Dio e dovette subito affrontare una grande mobilitazione a difesa dei servizi pubblici indetta dal sindacato degli insegnanti che radunò circa duecentocinquantamila persone. Il governo fu costretto a ritirare o a cancellare alcuni provvedimenti, tra cui “la decurtazione delle pensioni, l’aumento del 2% dell’IVA, l’aumento del 30% del prezzo del carburante e l’adozione di contratti a breve termine per i dipendenti pubblici e gli insegnanti.”

Hezbollah partecipò a queste proteste insieme al Libero Movimento Patriottico (FPM) e al Partito Comunista Libanese. I partiti al potere attaccarono questa coalizione dicendo che era per lo più una montatura sciita ed era infiltrata da lavoratori siriani. Ancora una volta la CGTL se ne tenne fuori.

L’opposizione incostante al partito di governo continuò nel gennaio 2007 quando la CGTL convocò una manifestazione contro la conferenza di Parigi 3. Scesero in piazza solo duemila persone a causa dell’inattività di Hezbollah e del resto delle forze dell’8 marzo. Sebbene fosse critica su alcuni punti dell’imminente conferenza Hezbollah spiegò che non volevano metterne a repentaglio gli esiti, infatti i suoi parlamentari sostenerono il programma di riforme presentato dal primo ministro Siniora sebbene non fossero più al governo dal gennaio 2006.

Comunque il 23 gennaio Hezbollah indisse uno sciopero generale insieme all’Alleanza 8 marzo, Amal e all’FPM. Il motivo non era sindacale bensì la creazione del Tribunale Speciale per il Libano, un’unità investigativa internazionale sull’omicidio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri avvenuto nel 2005 e che Hezbollah e i suoi alleati consideravano incostituzionale e teso a colpire esclusivamente il movimento islamico sciita.

Questa mobilitazione divenne presto una sollevazione popolare che bloccò le principali arterie del paese. La situazione aveva scavalcato gli organizzatori dello sciopero che decisero di cessare la protesta con la scusa che avrebbe potuto “creare delle tensioni confessionali”. Secondo l’attivista di sinistra Bassem Chit l’Alleanza 8 Marzo temeva che il movimento popolare iniziasse ad abbattere i confini settari per parlare di tematiche socioeconomiche, mentre gli organizzatori preferivano sottolineare solo gli interessi sciiti.

Una delle caratteristiche dell’atteggiamento di Hezbollah verso le lotte sindacali, soprattutto quelle scoppiate dopo il 2008, è il non voler sostenere mobilitazioni operaie indipendenti e di massa, preferendo invece affidarsi a piccole azioni armate contro i propri avversari politici. In questo senso ha rinforzato la dinamica settaria di queste lotte impedendo che potessero sviluppare qualsiasi impulso di classe un po’ più ampio.

Un esempio è lo sciopero generale annullato nel maggio del 2008 che era stato indetto dai tassisti, gli insegnanti e i contadini per chiedere l’aumento del salario minimo, salari pubblici più alti (erano bloccati dal 1996) e misure anti-inflazionistiche. Appena quattro mesi prima era stato indetto un altro sciopero con la stessa piattaforma ma era sfociato in battaglie mortali nei quartieri meridionali di Beirut con blocchi stradali e i taxi che si rifiutavano di prendere i passeggeri.

Il secondo sciopero venne annullato a causa degli scontri tra le forze politiche: l’Alleanza del 14 marzo – all’epoca al governo – aveva minacciato di chiudere la compagnia di telecomunicazioni di Hezbollah che, per tutta risposta, rifiutò di partecipare allo sciopero e lanciò una serie di attacchi armati ai quartieri filo-governativi. Questi scontri misero fine alla mobilitazione popolare e impedirono qualsiasi possibilità di lotte operaie interconfessionali. Alcune settimane dopo la cessazione delle ostilità e la formazione di un nuovo governo di unità nazionale il salario minimo venne aumentato di due terzi, da 300,000 (200 $) a 500,000 (333 $) sterline libanesi. Ciò era molto meno di quello che avevano chiesto i lavoratori e si applicava solo ai dipendenti del settore privato, lasciando ai lavoratori del settore pubblico la stessa paga degli ultimi dodici anni.

Il sindacalista Ahmad Dirani spiega che l’intervento militare “cercava di impedire l’eventualità che una grande mobilitazione sindacale ed operaia prendesse le redini dell’opposizione al governo in modo democratico. Hezbollah non era a favore di questa opzione.” Dirani afferma che se si fosse permesso allo sciopero di proseguire si sarebbero ottenute delle vittorie salariali e sarebbe anche cessata la minaccia contro il sistema di telecomunicazioni di Hezbollah.

Il Piano Nahas

Nel giugno 2011 venne formato un nuovo governo guidato dall’Alleanza 8 marzo con a capo Najib Miqati e dove Hezbollah aveva due ministeri: quello dell’agricoltura (Hussein Hajj Hassan) e quello dello stato (Muhammad Fneich). Questa esperienza è istruttiva perchè dimostra la riluttanza del partito a sostenere delle riforme significative per aiutare i lavoratori libanesi.

La proposta del Ministro del Lavoro Charbel Nahas divenne il centro di questi dibattiti: il suo piano conteneva una serie di riforme sociali molto importanti, in particolare l’istituzione di un salario sociale che avrebbe agganciato gli stipendi del settore pubblico e privato all’inflazione e l’aumento dei sussidi, tra cui le agevolazioni sui trasporti e il sistema sanitario universale. Queste misure sarebbero state finanziate con un’aumento delle tasse sulle attività finanziarie e le rendite. Se l’iniziativa di Nahas fosse andata in porto avrebbe invertito l’indebolimento del lavoro rispetto al capitale che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

Nahas aveva contro un’ampio spettro di forze politiche: il primo fu il ministro della salute Ali Hassan Khalil, in quota Amal, che si opponeva al piano sanitario perchè credeva che fosse di sua competenza, sebbene il Fondo Nazionale per la Sicurezza Sociale fosse controllato dal ministero del lavoro e non dal suo ministero. Il giornalista libanese Zbeeb sostiene che l’opposizione di Khalil deriva dal fatto che “il ministero della salute e quello della sicurezza sociale fanno parte della fetta di torta di Nabih Berri che non voleva concedere la sua parte mentre quelle delle altre forze politiche restavano intoccate”. Lo stesso pensa il sindacalista Adid Bou Habib, che in un’intervista disse che “Amal e il suo ministero della salute non volevano questo progetto perchè volevano utilizzare la copertura sanitaria universale per i loro interessi politici e clientelari.”

A seguito delle pressioni di Amal e di Hezbollah Nahas decise di scorporare l’assistenza sanitaria dalla riforma salariale. Quest’ultima divenne il nuovo fronte di battaglia interno al governo.

La prima bozza prevedeva un salario minimo di 890,000 sterline libanesi (593 $) più le agevolazioni per i trasporti. Gli imprenditori privati si opposero nettamente dicendo che aggiungere i trasporti al salario di base avrebbe reso insostenibili i loro costi e siglarono un accordo con la dirigenza del CGTL e il primo ministro Najib Miqati. Questo accordo era al ribasso perchè non prevedeva i trasporti e avrebbe innalzato il salario minimo a sole 675,000 sterline (450 $). Il governo adottò l’accordo nel dicembre 2011 con il voto favorevole dei ministri di Hezbollah (Fneich e Hassan). Riguardo il ruolo della CGTL nelle trattative Fneich disse che “gli operai e gli impiegati hanno rifiutato il piano di aggiustamento salariale proposto dal ministro del lavoro Charbel Nahas”.

A seguito delle repentine ed ampie critiche ai suoi ministri Hezbollah ha cambiato posizione sostenendo uno sciopero e una manifestazione contro l’accordo separato. I suoi ministri dichiararono di aver votato a favore per punire il fatto che Nahas non si fosse coordinato a sufficienza con gli altri membri del governo e non perchè erano contrari alla sua proposta. Infatti dissero che l’aggiustamento salariale era troppo basso.

Malgrado ciò il partito e la CGTL si rifiutarono di partecipare alla manifestazione a sostegno del Piano Nahas. Il rappresentate di Hezbollah nella CGTL, Ali Yassin, dichiarò che il partito aveva deciso di non mobilitarsi per non andare contro l’esecutivo della Confederazione. La protesta del 15 dicembre portò in piazza più di seimila persone e in molti manifestarono la loro frustrazione nei confronti della CGTL con manifesti, cori e gruppi di discussione.

Nel gennaio 2012 ci fu il voto parlamentare e nel dibattito Nahas propose un’aumento salariale leggermente inferiore che comprendesse i sussidi ai trasporti. Malgrado i numerosi incontri tra il ministro, Hezbollah, Amal e il premier non si raggiunse un accordo e il piano venne scartato preferendo l’accordo separato. Il mese successivo Nahas si dimise.

Il sindacalista di Hezbollah Ali Taher Yassin giustificò il voto e il rifiuto della CGTL dicendo che:

Era una situazione speciale, bisognava soppesare quanta gente si potesse mobilitare e quanto si volesse destabilizzare il governo. Con gli scioperi e le manifestazioni si mette in pericolo la stabilità e la sicurezza del paese.

Yassin ha ripetuto questo concetto in una conferenza del marzo 2012 dicendo che sarebbe stato difficile per i lavoratori chiedere salari più alti a causa dell’instabilità del paese e del danno che avrebbero potuto arrecare all’economia libanese. Sebbene affermasse il suo sostegno per dei salari “umani”, diceva che questi si sarebbero dovuti raggiungere attraverso dei negoziati con i datori di lavoro. Inoltre difendeva la dirigenza della CGTL dagli spettatori che lamentavano il fatto che la federazione non rappresentava più gli interessi dei lavoratori.

Altri sindacalisti legati ad Hezbollah come Akram Zeid e Abdallah Hamadeh (capo della federazione dei trasporti al-Wala) concordavano con il fatto che il partito non potesse sostenere il Piano Nahas a causa della potenziale instabilità economica e politica che avrebbe potuto recare al paese.

Il Comitato di Coordinamento Sindacale

Hezbollah ha avuto un atteggiamento ostile anche nei confronti del Comitato di Coordinamento Sindacale (UCC), che raggruppava più di quaranta sindacati indipendenti con 140,000-170,000 membri, per lo più insegnanti o dipendenti pubblici.

L’UCC ha aumentato di molto i suoi iscritti durante le lotte del 2012 e 2013. Solo nel 2012 ha organizzato 14 scioperi, sessanta sit-in e quattro manifestazioni di massa. Nella primavera-estate di quell’anno più di 2,500 precari dell’EDL (l’azienda dell’energia elettrica) hanno protestato contro i piani di privatizzazione. I lavoratori dicevano che il Ministero dell’Energia e dell’Acqua (MoEW) non era riuscito a stabilizzarli a tempo indeterminato e a fornirgli sicurezza sociale, un salario mensile decente e le condizioni minime di sicurezza.

All’epoca delle proteste il ministro Gebran Bassil si rifiutò di incontrare i lavoratori e li definì come dei piantagrane e dei fuorilegge, inoltre inviò i servizi di sicurezza per impedire agli scioperanti di raggiungere i picchetti. Il suo piano di ristrutturazione prevedeva 1,800 esuberi.

Hezbollah, che con Muhamma Fneich aveva detenuto il MeOW dal luglio 2005 al novembre 2006, sosteneva il processo di privatizzazione e il piano Bassil. In questo periodo non criticò gli espliciti attacchi settari del ministro contro la mobilitazione degli operai sebbene la gran maggioranza dei lavoratori colpiti fossero sciiti.

Nel febbraio e marzo 2013 gli insegnanti dell’UCC indissero delle grandi manifestazioni e uno sciopero permanente. L’anno prima il ministro dell’educazione aveva promesso un aumento salariale che ancora non era entrato in vigore. Decine di migliaia di insegnanti manifestarono in tutta la nazione e lo sciopero durò per più di tre settimane.

L’UCC ha svolto un ruolo di primo piano in queste mobilitazioni che sono continuate nel 2014 mentre gli insegnanti ancora aspettavano l’aumento promesso. Nel frattempo il sindacato si è opposto alle proposte del governo di finanziare gli aumenti aumentando gli aggravi sugli strati più poveri della società, tra cui misure come nuove tasse, la riduzione dei benefit degli insegnanti, tagli alle pensioni e l’aumento dei contratti precari.

Nel 2013 sono scoppiate altre lotte degne di nota: la Federazione dei Bancari ha provato a difendere l’ultimo contratto collettivo rimasto in Libano, i dipendenti della catena di supermercati Spinneys hanno lottato per il loro diritto ad organizzarsi e lavoratori precari del settore dell’educazione si sono mobilitati per la protezione dei posti di lavoro. Dopo aver lanciato una campagna nazionale e dopo essersi alleata con delle organizzazioni locali molto popolari l’UCC ha fatto circolare una petizione per una manifestazione da un milione di persone a sostegno del movimento sindacale.

Ma la lotta degli insegnanti incarna le caratteristiche principali del movimento sindacale libanese. In primis ha dimostrato la riluttanza di Hezbollah a sostenere le mobilitazioni dei lavoratori, soprattutto a causa della sua partecipazione al governo. Durante questi scioperi si rifiutò di sostenere gli aumenti salariali e non ha incoraggiato i suoi membri ad unirsi alle proteste. In numerose occasioni i suoi rappresentanti si opposero direttamente a questi scioperi: durante un incontro nel novembre 2013 della lega degli insegnanti delle scuole superiori pubbliche del sud i rappresentanti di Amal e del partito fecero degli interventi contro uno sciopero sostenuto dalla maggior parte degli avventori. Inoltre gli insegnanti di Hezbollah non parteciparono allo sciopero permanente guidato dall’UCC e rifiutarono gli appelli di Hanna Garib, un’attivista sindacale di punta e dirigente del Partito Comunista Libanese, ad intensificare la lotta.

Allo stesso modo nell’estate del 2014 durante il boicottagio degli scrutini i rappresentanti di Hezbollah fecero un appello per far cessare la protesta e sostennero la decisione parlamentare di promuovere automaticamente tutti gli studenti nel tentativo affossarla. Tuttavia l’UCC decise di continuare il boicottaggio e di unirsi ad altri scioperi indetti da altri settori della pubblica amministrazione per far attuare la scala mobile dei salari.

Queste lotte illustrano l’orientamento di Hezbollah nei confronti del movimento sindacale libanese. Questo periodo ha visto un notevole incremento della militanza operaia segnato in particolare dagli appelli per gli scioperi generali del 2004 e del 2008 e dal feroce dibattito sul Piano Nahas del 2011. Queste lotte hanno mostrato il divario tra la pretesa di Hezbollah di rappresentare i settori poveri e marginalizzati della popolazione sciita e la sua integrazione nell’elite politica che lo ha legato alla borghesia emergente.

Nei momenti cruciali a parole Hezbollah si è detto preoccupato per tematiche come la privatizzazione, gli accordi di Parigi e la diminuzione dei salari reali. Allo stesso tempo si è fortemente opposto ai tentativi di mobilitare la sua base per sostenere delle iniziative indipendenti interconfessionali. In generale questi divari si sono risolti a favore delle riforme neoliberiste, soprattutto in quei momenti in cui Hezbollah deteneva dei ministeri.

Hezbollah cambia composizione

La storia del rapporto tra Hezbollah e le proteste sindacali riflette il mutamento degli interessi di classe del partito. Dalle sue radici nella popolazione sciita povera del Libano è diventato un partito in cui la composizione dei membri e dei quadri è sempre più dominata da una frazione della borghesia sciita, soprattutto a Beirut. Nei quartieri meridionali della capitale numerose famiglie ricche e la maggior parte dei commercianti si sono integrati dentro Hezbollah, mentre le attività del partito – soprattutto quelle legate al settore immobiliare, il turismo e il divertimento – soddisfano gli abitanti appartenenti alla classe media sciita. Questa trasformazione è più evidente tra i suoi quadri che non sono più composti da chierici della classe medio-bassa bensì da professionisti laureati in università laiche.

Il partito detiene un peso crescente nelle associazioni di professionisti e alcune imprese, soprattutto nel settore immobiliare, del turismo e del commercio, hanno assunto potere nella comunità imprenditoriale libanese grazie alla sua influenza diretta. Grazie al capitale e agli investimenti iraniani è stato creato un nuovo settore della borghesia legata al partito, mentre il resto della borghesia sciita (sia nel Libano che nella diaspora) è andata sempre più sotto il suo controllo a causa del suo potere politico e finanziario. Queste caratteristiche della rappresentanza politica e della base sociale di Hezbollah indicano che sebbene l’organizzazione continui a raccogliere il sostegno di tutti gli strati della società le sue priorità sono sempre più orientate verso gli interessi degli livelli più alti.

Lo sviluppo di movimenti di classe pone un pericolo potenziale per tutti i partiti settari e al potere in Libano, tra cui Hezbollah, che non si è mai mobilitato per motivi socioeconomici su una prospettiva interconfessionale. Il suo supporto per la CGTL e per gli altri movimenti sociali è sempre stato puramente retorico.

Infatti Hezbollah e altre forze politiche hanno lavorato attivamente per indebolire il movimento sindacale: il partito ha formato federazioni e sindacati separati esclusivamente sciiti in vari settori, tra cui l’agricoltura, i trasporti, l’edilizia, la tipografia, il giornalismo e i servizi. Questo proliferare gli ha permesso di ottenere un gran potere all’interno della CGTL. Oggi Amal e Hezbollah controllano la maggior parte dei seggi nella dirigenza della federazione, che si rifiuta di mobilitare i lavoratori malgrado l’intensificarsi delle politiche neoliberiste.

È probabile che un destino simile lo subirà anche “l’Associazione degli Insegnanti delle Scuole Superiori Pubbliche”, che ha svolto un ruolo di primo piano all’interno dell’UCC. Durante le sue elezioni interne del gennaio 2015 i partiti politici settari (compresi Hezbollah e le alleanze dell’8 e 14 marzo) si sono uniti contro Hanna Garib, che è riuscita ad ottenere solamente il sostegno degli indipendenti e del Partito Comunista Libanese. Queste elezioni mostrano come le forze politiche settarie siano riuscite a danneggiare la CGTL, infatti da allora le attività dell’UCC sono diminuite.

Hezbollah non si è impegnato nella costruzione di un progetto controegemonico di sfida al sistema capitalista, piuttosto preferisce utilizzare la religione per raggiungere un settore più ampio possibile della popolazione sciita senza costituire alcuna minaccia al sistema politico capitalista e settario dominante in Libano o nella regione. Difatti sostiene attivamente questo sistema.

Il fatto che fornisca dei servizi lo fa assomigliare alla maggior parte delle comunità politiche e settarie libanesi: sebbene la sua rete di organizzazioni sia più grande e più efficiente queste promuovono tutte un sistema di riduzione della sofferenza fondato su una concezione privatistica e clientelare.

Qualsiasi progetto controegemonico reale dovrebbe rompere con il sistema politico settario e con il sistema imperialista regionale ed internazionale. In questo senso la descrizione del comportamento della borghesia islamica fatta da Mehdi Amel negli anni ’80 si applica anche ad Hezbollah:

L’aspirazione di parti della borghesia islamica a rafforzare le proprie posizioni nella struttura di potere o piuttosto di modificare il posto che occupano all’interno del sistema politico confessioniale per dividersi meglio il potere e non cambiare il sistema…Questa non è una soluzione: condurrà solo a un peggioramento della crisi del sistema.

La storia di Hezbollah conferma che gli interessi del partito sono più simili a quelli delle elite che a quelli dei lavoratori e rimane fermamente alleato con gli altri partiti politici dominanti in Libano per impedire l’emergere di un movimento popolare che possa sollevare questioni sociali ed economiche.

Tutto ciò non dovrebbe sorprenderci: questo tipo di dinamica di classe potrebbe disfare le basi su cui si fonda Hezbollah stesso.

 

Joseph Daher è un attivista socialista siro-svizzero, un intellettuale e il fondatore del blog Syria Freedom Forever. È l’autore di “Hezbollah: Political Economy of the Party of God”.

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